Chi paga l’inganno dell’utero in affitto
Non ci fosse di mezzo un bambino di due anni, la storia della coppia di Crema “truffata” dalla clinica ucraina alla quale si era rivolta nel 2011 per ottenere un figlio con ovociti comprati e utero in affitto potrebbe apparire solo grottesca, non tragica come di fatto è. Il bambino, creduto figlio biologico dell’uomo che lo aveva commissionato, in realtà non lo è, secondo l’esame del Dna.
18 AGO 20

Non ci fosse di mezzo un bambino di due anni, la storia della coppia di Crema “truffata” dalla clinica ucraina alla quale si era rivolta nel 2011 per ottenere un figlio con ovociti comprati e utero in affitto potrebbe apparire solo grottesca, non tragica come di fatto è. Il bambino, creduto figlio biologico dell’uomo che lo aveva commissionato, in realtà non lo è, secondo l’esame del Dna. La circostanza è stata scoperta al momento del ritorno in patria della coppia italiana, quando i documenti ucraini che le attribuivano maternità e paternità del neonato sono stati dichiarati falsi dal tribunale di Cremona, allertato dal funzionario dell’anagrafe che doveva trascriverli. Ora il piccolo è stato affidato a una struttura protetta, e la coppia committente (che sarà processata a metà gennaio per sottrazione di minore) lamenta il raggiro da parte della clinica. Ma le cose vanno chiamate con il loro nome. La coppia di Crema quel bambino lo ha, letteralmente, comprato. L’unico a essere stato raggirato è lui, figlio di nessuno. Chi decide di violare la legge italiana che vieta la vendita di ovociti e la maternità surrogata, sa di approfittare della povertà altrui, e deve sapere anche che espone il bambino così comprato a un’inaccettabile incertezza sulle sue origini e sul suo stesso status. Per stroncare un “mercato della speranza” dove c’è solo mercato (l’intera faccenda è costata sessantamila euro) e nessuna speranza, è quindi necessario opporsi alla pratica – illegale e soprattutto disumana – dell’utero in affitto.